L’Orso della luna crescente

 

A quanto pare, il periodo di stanchezza e umore basso non è ancora finito. Vedo sempre la luce in fondo al tunnel, ma mi ci avvicino a passi lenti.

Credo che, comunque, il prenderne atto e tentare di cambiare la situazione, sia già un buon inizio. Centrare il problema, altrettanto.
E quindi, proprio ieri, mi sono resa conto di avere una questione in sospeso con una parte di me che a quanto pare è abbastanza indomabile: la rabbia.

Rabbia per piccole cose, spesso difficile da controllare (soprattutto quando le sessioni di meditazione scarseggiano), rabbia spesso ingiustificata, data dalla stanchezza di una vita divisa tra ufficio e mamma full-time dopo l’ufficio, spesso senza pause, e a volte con un po’ di solitudine mentre mio marito è assente per lavoro.

E mentre finora ho tentato di non ascoltare questo lato negativo, di accettarlo per quello che era, di negarlo, o, ancora, di reprimerlo, ho pensato che fosse meglio fare l’esatto contrario: ascoltarlo, dargli spazio, guardarlo in faccia e capire cosa sta tentando di dirmi.

Un po’ come con i brutti sogni, con gli incubi che ci lasciano esterrefatti di mattina al solo ricordo, e che preferiamo cancellare dalla memoria, un bel reset e sperare che non tornino più.

Invece no: così non funziona. Non funziona con i sogni, e probabilmente non funziona con quei lati spigolosi del nostro carattere, quando iniziano ad essere un po’ prepotenti.

Devo ringraziare la storia “L’Orso della luna crescente”, narrata in Donne che corrono coi lupi della Estés – che non mi stancherò di citare – e che è un valido aiuto per incanalare l’energia della collera: la pazienza ne rappresenta l’antidoto, e la tenacia nel voler risolvere la questione un ottimo aiuto.

Usare l’energia della collera per guardarci dentro e vedere quel lato di noi stessi che continua a gridare, accorgersi di quale sofferenza sia insita sotto questa forte emozione, accettare i propri difetti e limiti.

Sono convinta che ogni emozione dica qualcosa di noi stessi:

Qual è la parte di noi stessi che si mette in gioco sotto alla collera? quale il difetto, il lato di noi da smussare, di cui non vogliamo prendere atto, e che cerchiamo di coprire con la collera, che è soltanto un sintomo?

Guardiamoci dentro, senza veli, scopriamo la realtà di noi stessi, e cerchiamo di curare quella parte sommersa, prima che ci faccia affondare con essa.

Ogni resurrezione ha luogo a partire da qualcosa che muore; se per me ci sarà una piccola rinascita, sarà sulle ceneri di una me stessa che non voglio più impersonare, di un aspetto di me che mi tiene forse inconsciamente legata al passato remoto, forse all’infanzia, chissà…

Ma ho guardato il mio futuro, e ciò che vorrei è che questa me stessa fosse migliore, meno simile al marito della storia e più saggia, come la guaritrice. Per chi ne avesse voglia, ecco la storia:

L’Orso della luna crescente

C’era una volta una giovane che viveva in un profumato bosco di pini. Il marito era lontano, a combattere una lunga guerra. Quando finalmente fu congedato, tornò a casa, ma si rifiutò di entrarvi perché si era abituato a dormire sulle pietre. Stava giorno e notte per conto suo, nel bosco.

La giovane moglie era tanto eccitata quando le dissero che finalmente il marito sarebbe ritornato a casa, che prese a comprare cibi e a cucinare piatti e piatti e ciotole e ciotole di giuncata di soia, e tre tipi di pesce e tre tipi di alghe, e riso cosparso di pepe rosso, e dei bei gamberi, grossi e color arancio.

Sorridendo timidamente, portò i cibi nel bosco e s’inginocchiò accanto al marito tanto stanco della guerra, e gli offrì le stupende pietanze che aveva preparato. Ma lui saltò in piedi e diede un calcio ai vassoi, sicchè la giuncata si sparse per terra, il pesce volò per aria, le alghe e il riso si sparpagliarono ovunque, e i grossi gamberi arancioni rotolarono lungo il sentiero.

“Lasciami stare!” urlò, e le voltò le spalle. Era tanto in collera che lei ne ebbe quasi paura. Alla fine, disperata, riuscì a raggiungere la caverna della guaritrice che viveva lontano dal villaggio

“Mio marito è tornato gravemente turbato dalla guerra” disse la moglie. “S’infuria continuamente e non mangia nulla. Vuole restare all’aperto, non vuole più vivere con me come un tempo. Puoi darmi una pozione per renderlo di nuovo gentile e affettuoso?”

La guaritrice la rassicurò:”Posso fare questo per te, ma mi occorre uno speciale ingrediente. Purtroppo ho esaurito i peli dell’orso della luna crescente.

Devi dunque arrampicarti su per la montagna, trovare l’orso nero e portarmi un pelo della luna crescente che ha sulla gola. Allora potrò darti quel che ti occorre, e la vita tornerà a essere bella”.

Molte donne si sarebbero scoraggiate, avrebbero ritenuto impossibile quell’impresa. Ma lei no, perché era una donna che amava. “Oh, ti sono così grata!” disse. “E’ così bello sapere che si può fare qualcosa”.

Si preparò dunque al viaggio, e la mattina dopo prese a salire su per la montagna. E intanto cantava “Arigato zaisho”, che è un modo per salutare la montagna e dirle “grazie di lasciarmi salire sul tuo corpo”.

Salì sulle colline dove i massi erano come grosse pagnotte di pane. Raggiunse un altipiano ricoperto da un bosco. Gli alberi avevano lunghi rami drappeggiati e foglie che parevano stelle. “Arigato zaisho” cantava. Era un modo per ringraziare gli alberi che sollevavano le chiome per lasciarla passare. Così riuscì ad attraversare il bosco e riprese a salire. Ora era più faticoso. La montagna aveva fiori spinosi che si impigliavano all’orlo del kimono, e rocce che le sbucciavano le piccole mani. Strani uccelli neri le volavano incontro nel crepuscolo e la spaventarono. Sapeva che erano muen-botoke, spiriti dei morti che non avevano parenti, e per loro intonò preghiere: “Vi sarò parente. Farò in modo che possiate riposare”.

Salì ancora, perché era una donna che amava. Salì finchè vide la neve sulla cima della montagna. I piedi si bagnarono e diventarono freddi, ma lei continuò a salire, perché era una donna che amava. Si scatenò una tempesta, e i fiocchi di neve le entravano negli occhi e nelle orecchie. Accecata, continuava a salire. E quando smise di nevicare la donna cantò: “Arigato zaisho”, per ringraziare i venti che non l’accecavano più.

Si rifugiò in una piccola caverna, così piccola che ci stava dentro a malapena. Aveva del cibo per sé, ma non mangiò; si ricoprì di foglie e dormì. La mattina l’aria era tranquilla e tra la neve si scorgevano persino delle pianticelle verdi. “Ecco” pensò “è arrivato il momento di trovare l’orso della luna crescente”.

Cercò tutto il giorno e all’imbrunire trovò delle grosse cataste di legna e non ebbe più bisogno di cercare, perché un gigantesco orso nero camminava pesantemente sulla neve, lasciandosi dietro profonde orme. L’orso della luna crescente ringhiò ferocemente ed entrò nella sua tana. La donna frugò nel suo fagotto e mise il cibo che aveva portato in una ciotola. L’appoggiò sulla soglia della tana e tornò a nascondersi nel suo rifugio. L’orso sentì l’odore del cibo e uscì barcollando dalla sua tana, ringhiando così forte da far rotolare delle pietre. L’orso girò un po’ di volte attorno al cibo, sentì il vento e inghiottì il cibo in un sol boccone. Poi sparì nella sua tana.

La sera dopo la donna fece la stessa cosa, ma dopo aver depositato la ciotola non tornò nel suo rifugio ma si fermò a mezza strada. L’orso sentì l’odore del cibo, uscì dalla tana, ringhiò da scrollare le stelle dei cieli, girò attorno, molto cautamente sentì l’aria, ma alla fine inghiottì il cibo e tornò nella sua tana. La cosa continuò per parecchie notti finchè in una scura notte blu la donna sentì di avere abbastanza coraggio da aspettare vicino alla tana dell’orso.

Mise il cibo nella ciotola sulla soglia della tana e lì rimase in piedi, in attesa. Quando l’orso sentì l’odore del cibo e uscì, vide anche un piccolo paio di piedi umani. L’orso alzò il capo e ringhiò tanto forte da farle rumoreggiare le ossa. La donna tremava, ma restò al suo posto. L’orso si ripiegò sulle zampe posteriori, spalancò le fauci e ringhiò tanto che la donna potè vedere il palato rosso e marrone della bocca. Ma non si diede alla fuga. L’orso ringhiò più forte e allungò le zampe come per afferrarla, con i dieci artigli che pendevano come dieci lunghi coltelli sulla sua testa. La donna tremava come una foglia al vento, ma rimase ferma dov’era.

“Per favore caro orso” implorò “per favore, ho fatto tutta questa strada perché ho bisogno di una cura per mio marito”. L’orso lasciò ricadere a terra le zampe sollevando una nuvola di neve, e osservò la faccia terrorizzata della donna. Per un attimo alla donna parve di poter vedere intere catene montuose, vallate, fiumi e villaggi riflessi nei vecchi occhi dell’orso. Provò una gran pace, e smise di tremare.

“Ti prego caro orso, ti ho nutrito per tante notti, potrei avere un pelo della luna crescente che hai sulla gola?”. L’orso rifletteva e pensava: questa piccola donna sarebbe un buon cibo. Ma improvvisamente provò per lei tanta pietà. “E’ vero” disse l’orso della luna crescente, “sei stata buona con me. Puoi prendere un mio pelo. Ma fai in fretta e tornatene a casa”.

L’orso sollevò il muso perché potesse vedere la bianca luna crescente sulla gola, e la donna vide anche il suo cuore pulsare forte. La donna poggiò una mano sul collo dell’orso, e con l’altra prese un lucente pelo bianco, e in fretta lo strappò. L’orso indietreggiò e urlo come fosse stato ferito. Poi il dolore si trasformò in stizza.

“Oh grazie mille orso della luna crescente.” La donna si piegò in mille inchini, ma l’orso grugnì e fece un passo avanti. Urlò parole che lei non poteva comprendere e che pure aveva sempre saputo. La donna si volse e volò giù dalla montagna. Corse sotto gli alberi con le foglie a stella. E sempre andava intonando: “Arigato zaisho”, per ringraziare gli alberi che sollevando i rami la lasciavano passare. Inciampò sui massi che parevano grosse pagnotte di pane urlando: “Arigati zaisho”, per ringraziare la montagna che l’aveva fatta salire sul suo corpo.

Sebbene avesse gli abiti ridotti a brandelli, i capelli spettinati e la faccia sporca, corse giù per gli scalini di pietra che portavano al villaggio e raggiunse la capanna dove la guaritrice sedeva a curare il fuoco. “Guarda, l’ho trovato, il pelo dell’orso della luna crescente!” urlava la giovane donna.

“Bene” disse la guaritrice con un sorriso. Prese il pelo bianco e lo guardò alla luce. “Sì, è un autentico pelo dell’orso della luna crescente”. Poi d’improvviso si volse e gettò il pelo nel fuoco, dove scoppiettò e bruciò in una bella fiamma arancione.

“No” urlò la donna “cosa hai fatto?”

“Calmati, va bene così, è tutto a posto”, disse la guaritrice. “Ti ricordi tutto quello che hai fatto per scalare la montagna? Ricordi tutto quello che hai fatto per conquistare la fiducia dell’orso? Ricordi quello che hai visto, quello che hai udito?”.

“Sì” rispose la donna, “lo ricordo benissimo”.

La vecchia guaritrice le sorrise dolcemente e disse: “Ora, figlia mia, torna a casa con tutte queste nuove conoscenze, e comportati nello stesso modo con tuo marito”.

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2 risposte a L’Orso della luna crescente

  1. Ylenia ha detto:

    Chissà se lo stesso vale anche per il rapporto con i figli. Io odio la parte di me che perde la pazienza… ogni volta che succede vorrei che fosse l’ultima, ma poi… la stanchezza, il bisogno di occuparmi più di me, le loro fantastiche ma costanti esigenze… A volte perdo la pazienza, e subito dopo mi pento perchè so che non cambierei per niente al mondo quello che ho… penseró alla tua storia. Grazie per le tue parole vere.

    • auradiluna ha detto:

      Eh sì, credo che i figli siano una prova per noi stessi… anche a me a volte capita con la mia bambina, ma poi la vedo così “innocente” e indifesa che mi accorgo subito di quanto sia io a sbagliare e di quanto lei sia il mio grande Amore! 😀

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