L’utilità del disagio

Mi capita di sentirmi un po’ inerte in certi giorni. In passato mi è capitato spesso (quando non avevo la piccola, soprattutto).
Perciò ieri stavo leggendo qualcosa in merito all’accidia, che è una parola oggi un po’ in disuso… quindi, per meglio dire: in merito all’apatia, all’inerzia.

E leggendo a questo link il discorso di un parroco, ho trovato un concetto su cui non avevo mai riflettuto, che è un po’ difficile da accettare nella vita che siamo abituati a fare.
Il concetto è questo: uno dei comportamenti che alimentano l’accidia/apatia è l’eccessiva preoccupazione dello “stare bene”, del cercare di non avere disagi.
Questa è una sfaccettatura dell’eccessivo amore per se stessi (e del conseguente rimpiazzarsi a Dio).
Si sostiene che il desiderio di stare bene porti a preoccuparsi troppo di sé.
Anche nella preghiera – si dice – uno va in crisi perché non sente niente, non sopporta il disagio, ma non è detto che si debba sentire qualcosa, che la preghiera sia meno vera. Uno sceglie una vocazione (anche il matrimonio) non per stare bene, ma per testimoniare l’amore di Dio.

Ora, trovo che questo sia un concetto interessante.
Io stessa mi chiedo sempre come sto, se sto bene, male, se sono annoiata, accidiosa, euforica, normale, se una situazione mi fa stare bene o no, cosa è meglio evitare e cosa no. E fin qui tutto bene.
Ma poche volte nella vita ho pensato che un disagio fosse da sopportare, che fosse una “prova” da superare, o che fosse una cosa “normale”, di cui prendere atto e basta.
Forse il parto: è stata l’unica volta che ho pensato che un dolore fosse necessario, per dare alla luce la mia piccola, proprio perché volevo in qualche modo sentirlo, essere presente. Ma senza entrare in casi “estremi” come questo, diciamo che io mal sopporto il freddo alla banchina del treno, mi lamento se poi quando arriva non c’è il riscaldamento, me la prendo se devo andare a piedi, cioè, sono una che non sopporta molto il disagio.
La stanchezza di sera, i dolori alla schiena.
C’è stato un periodo in cui cercavo di non prendere nessun farmaco, e anche il mal di testa più feroce me lo tenevo, per vedere se passava da solo, ma non avevo mai pensato che fosse irrilevante.
Quindi, forse, va bene cercare di stare meglio, di stare al caldo, di non avere dolori, ma magari, può essere che non sia importante, che anche quando abbiamo qualche disagio, dobbiamo imparare a sopportarlo, a rivolgere la mente ad altro e non sempre al disagio in sé, anche per temprarci.
A questo non avevo mai pensato.
Credevo che fosse sempre e solo positivo cercare di stare bene, ma in effetti si può finire ad essere lagnosi, a non riuscire a sopportare le minime cose, a volere “tutto e subito” senza “lèggere” quel dolore fisico, quel disagio dell’anima, senza provare a trovare in se stessi le risorse per superarlo e per non dargli importanza.
In sostanza: se riconosciamo l’esistenza di Dio, se la nostra vita è volta alla Sua ricerca, allora non permettiamo di mettere noi stessi al centro di tutto. Che io stia bene o male, è indifferente.
Che io persegua il mio benessere, è fuorviante.
Passare la vita a mettersi al primo posto, è una perdita di tempo.
Forse è proprio così.

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7 risposte a L’utilità del disagio

  1. russell1981 ha detto:

    Bellissimo pensiero di una filosofia interessante. Da tenere in considerazione più volte della giornata. 😉

  2. Chandana ha detto:

    Interessante questo post!Mi piace molto.Non dobbiamo per forza essere sempre positivi e sorridenti,stare bene a tutti i costi.Se c’è un disagio va bene lo stesso.E’ inutile resistervi,opporsi.Arriva, va bene lo stesso,passerà. Lasciarsi attraversare…Un abbraccio

  3. ylenia ha detto:

    il problema è che pensiamo che solo il bene va bene, che del male o dello star male non si deve parlare e che star male non va bene. io mi ci sono scontrata tanto, con i miei problemi di salute, negli ultimi anni, fino quasi a sentirmi in colpa perché non stavo bene e non “andavo bene.” che idiozie! il male dovrebbe essere capito e accettato: l’idea di schiacciarlo a tutti i costi o eliminarlo ci si ritorce contro ogni volta che siamo noi a star male. anche che tu ne abbia scritto è un bellissimo atto di coraggio e cambiamento.

    • auradiluna ha detto:

      Sì! Soprattutto ho riscontrato che in certi ambienti yoga si può tendere a pensare che sei hai qualche malanno fisico sei karmicamente negativo e quindi guardato con diffidenza… lo trovo discriminante! L’anima è sempre se stessa sia in salute che in malattia, tantissimi santi erano pesantemente malati e hanno dato a tutti degli esempi di vita…
      Un abbraccio Ylenia!

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