Un falò: il non-attaccamento (3° passo)

Penso che anche chi si trova su un sentiero spirituale da anni, a volte perda un po’ di vista questo punto: il NON-ATTACCAMENTO.

Se San Francesco ha abbandonato tutto, anche dal punto di vista materiale, così come prima di lui Gesù e i suoi discepoli, spesso noi facciamo fatica anche solo a staccarci dalla tazza di caffè da prendere ogni mattina.
Yogananda diceva che bisognerebbe seguire la semplicità (meno drastica e più accettabile da tutti) più che la povertà (che però è una scelta ammirevole in chi vi riesce, secondo me).
Patanjali parlava di Aparigraha, “non-possesso”.
Si potrebbe dire: proviamo a vivere come se nulla ci appartenesse, ma come se tutto fosse in prestito. Anche se desideriamo qualcosa, un oggetto, cerchiamo di non provare interiormente un senso di possesso, né di sentirci vincolati.

Il punto però è questo: tutto ciò che facciamo per staccarci dai nostri attaccamenti, serve per ricordarci che tutto è transitorio, noi per primi, il nostro corpo, i nostri affetti, i nostri possedimenti terreni. Un giorno dovremo lasciare tutto.
Meglio quindi focalizzarsi su ciò che rimarrà: il nostro sé più profondo, e nient’altro.

In questa ottica, mi appresto a seguire qualche esercizio “per la memoria”, per ricordarmi della transitorietà, cercando di buttare gli attaccamenti dentro a un falò mentale:

– Quali sono i tuoi più grandi desideri e attaccamenti? (si intende desideri che “imprigionano”) Buttali in un grande fuoco immaginario!

– Quali circostanze ti aiutano a sviluppare in non-attaccamento? scrivile sul quaderno. Quali libri, film? Quali persone?

– Ogni giorno scrivi a quale attaccamento proverai a rinunciare e in che modo.

– Ogni volta che provi attaccamento per qualcosa/qualcuno, visualizza un paio di forbici che tagliano la corda che ti lega a quella cosa. Sentiti libero.

“Niente è mio. Nessuno mi appartiene. Non ho bisogno di nulla, non ho bisogno di nessuno, sono libero. Nel mio Sé, sono libero.”

[esercizi tratti da “Kriya Yoga”, J. Jaerscky]

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