Dialogo al buio

dialogo

L’altro giorno ho partecipato per la prima volta al percorso “Dialogo nel buio” all’Istituto dei Ciechi di Milano.
Un’esperienza davvero diversa! E a distanza di qualche giorno, ancora difficile da non tener presente.
Il percorso era strutturato in questo modo: a gruppetti di 7-8 persone si entrava in questo dedalo di corridoi e stanze buie. A ognuno veniva dato un bastone per ciechi (spiegando come utilizzarlo) e poi l’accompagnatore ci faceva strada per i primi 2 corridoi che avevano ancora qualche lucina per terra, per abituare gradualmente gli occhi al buio pesto che sarebbe seguito di lì a poco.

Al terzo corridoio, una “voce” ci aspettava, presentandosi e chiedendoci i nostri nomi, per condurci attraverso le successive stanze. La nostra voce-guida era una ragazza, e come tutte le guide era o non vedente o ipovedente. Non l’abbiamo vista mai, se non nel breve spiraglio di luce all’uscita del percorso.
Lì dentro era più che fondamentale. Di solito non ricordo subito i nomi quando qualcuno si presenta, ma in questo caso avevo attivato le “antenne” per ricordarmi il suo, per poterla chiamare, essendo già in panico alla prima stanza buia.
Premetto che avevo molto desiderato partecipare a questa cosa (era un’uscita aziendale).
Ma appena rimasta al buio, confesso che me ero subito pentita. E questo perché mi aveva colto un po’ di panico, o meglio, mi ero subito scontrata con la mia “impeditaggine” totale.
“Venite avanti, seguite la mia voce!” (Ma avanti dove?? da che parte? come li dovevo fare questi passi? corti? lunghi? avrei urtato qualcosa? mi sarei persa? avrei sbagliato direzione??)

Una cosa avevo capito subito: dovevo ascoltare meglio. Aveva detto destra o sinistra? Aveva detto “Andate subito a destra e poi seguite il corridoio di sinistra” oppure il contrario? Dovevo stare più attenta!!!
La prima ambientazione riproduceva un parco. Con erba, alberi (veri!) e una panchina.
Ma niente da fare, non miglioravo molto… “Toccate l’albero… è vero o finto secondo voi?” “Finto!!!!”…
“No, è vero!”
E via di questo passo.
La cosa bella è che a poco a poco, nell’arco di un’oretta, mi ero un po’ abituata alla cosa. Cioè, ero un po’ migliorata. Il senso di non farcela era sparito. Sapevo che seguendo le indicazioni della nostra guida tutto sarebbe filato liscio, ma soprattutto ho capito che mi dovevo svegliare un minimo.
Intanto, la timidezza non poteva esistere. “Ci siete tutti?” il “Sì” doveva essere chiaro. A ogni domanda una risposta. Niente sottintesi, niente gesti con la testa (chi li avrebbe visti?). Risposte chiare.
Alla fine, abbiamo visitato:
il suddetto “parco”
una rumorosissima “città” con moto, auto, il mercato
il “mare” con il pontile – siamo saliti su una barca che si muoveva
l’interno di una “casa” – abbiamo letto con le dita un quadro appeso al muro, riconosciuto delle spezie nei barattoli
Insomma alla fine ci siamo “divertiti”, per così dire, abbiamo capito le potenzialità degli altri sensi (questo era lo scopo del percorso) e quanto poco li usiamo.
Avevo davvero un’ammirazione per la nostra abile guida che si muoveva con disinvoltura e che pareva capire ciò che stavamo pensando (credo che il senso di smarrimento sia comune a molti dei partecipanti che incontra).

Mi sono ricordata di un film che avevo visto qualche anno fa su consiglio della mia allora insegnante di yoga, che appunto mostra le potenzialità e le capacità di un gruppo di non vedenti che sanno sciare, guidare una barca, scolpire una statua, vivere liberamente e in maniera indipendente!!!
C’è moltissimo da imparare e lo consiglierei a tutti. Ecco il trailer:

 

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